Le foto scattate durante un fine settimana di vacanza con mia moglie Alda
Nella hall dell’albergo c’è il più grande acquario circolare del mondo!!!! Una cosa incredibile
Solo tre foto prese dalla finestra dell’albergo
La città ha preso una botta molto forte con l’influenza suina. Il traffico che era caotico si è ridotto fino a diventare perfino ordinato. L’autista Horacio che ci ha portato in vari posti durante la settimana di permanenza per la fiera Expo Pack ci ha detto che nel periodo in cui si verificavano parecchi decessi uffici e fabbriche erano chiuse e gli alberghi vuoti. Lui è stato più di un mese denza fare nessun servizio.
Pubblico questo post in gran fretta il primo dei due giorni in cui i seggi sono aperti per la votazione. Nelle settimane scorse avevo ascoltato alcuni messaggi agli elettori in radio e televisione dell’una e dell’altra parte e mi ero fatto la convinzione che il referendum fosse incomprensibile nella forma e marginale nella sostanza dei quesiti. Mi stavo dunque convincendo a votare no oppure a non andare a votare -tanto il quorum non sarebbe stato mai raggiunto- anche se la cosa un pò mi disturbava. Questa convinzione era diventata quasi definitiva dopo la lettura dell’articolo di Giovanni Sartori “Resto contrario al referendum” sul Corriere del 19 Giugno Giovanni Sartori Corriere 19 Giugno in cui il professore concludeva scrivendo “ Io non ho mai raccomandato di non votare. Ma questa volta siamo chiamati a scegliere tra la padella e la brace. E se il referendum passerà avremo in ogni caso una pessima legge elettorale che ottiene il rinforzo di legittimità della volontà popolare. Se invece fallirà si potrà sostenere che gli italiani hanno dimostrato di non volere né il Porcellum 1 né il Porcellum 2. Il che lascia aperto un barlume di speranza.”
Prima di prendere una decisione definitiva mi interessava conoscere l’opinione di Sergio Romano, che ammiro per la profondità e lucidità, in definitiva per la saggezza. Su Google ho dunque trovato la risposta di Sergio Romano ad un lettore intitolata “I referendum che vorremmo gare aperte tra i si e i no” pubblicata sul Corriere del 14 Giugno nella sua rubrica Risponde Sergio Romano Sergio Romano Corriere 14 Giugno. In primo luogo Sergio Romano ha portato per la prima volta alla mia attenzione che i quesiti referendari sono tre e che se i primi due, analoghi ma relativi rispettivamente alla Camera ed al Senato, circa l’assegnazione del premio di maggioranza alla coalizione di liste oppure alla singola lista che prenda il maggior numero di voti, sono sfuggenti ed aperti a molte valutazioni, il terzo è cristallino nella sua semplicità e limpidezza: “vogliono [gli Italiani] che un uomo politico continui ad avere il diritto di presentarsi in molti collegi elettorali e di scegliere poi quello che maggiormente gli conviene, procacciando un posto in tal modo al candidato che viene dopo di lui? O vogliono che possa presentarsi in un solo collegio elettorale?” Concordo con sergio Romano quando risponde “Credo che la maggioranza degli italiani preferisca la seconda ipotesi e sia disposta a votare sì”.
A questo punto mi sono quasi arrabbiato: c’era questo argomento meravigliosamente semplice, comprensibile ed efficace del terzo quesito per convincere gli Italiani ad andare a votare per il referendum e non l’ho mai sentito nominare nei messaggi del comitato promotore e delle parti favorevoli al si!!!!
Improvvisamente l’indicazione a non andare a votare di Giovanni Sartori mi è sembrata fuorviante e superficiale rispetto alla saggezza espressa da Sergio Romano con la frase con cui chiude il suo articolo citato: “Chi non sta al gioco e spera di impedire il quorum sommando la propria astensione a quegli astensionisti fisiologici, ha un concetto sbagliato della democrazia.”
Deciso all’istante che anche solo per rispondere si al terzo quesito comunque sarei comunque andato a avotare ho voluto approfondire il merito dei primi due quesiti sul premio di maggioranza.
A questo proposito ho letto l’articolo di Angelo Panebianco “referendum, antidoto ai troppi partiti” pubblicato sul Corriere del 13 Giugno Angelo Panebianco Corriere 13 Giugno ed a cui Giovanni Sartori risponde col suo artcolo sopra citato. Panebianco illustra abbastanza chiaramente le ragioni del si e del no, in modo veramente molto imparziale per un membro del comitato promotore quale è.
Dice che il referendum venne pensato per eliminare o ridurre la frammentazione della rappresentanza parlamentare, in altre parole ridurre il numero dei partiti presenti in parlamento, favorendo quindi la creazione di un sistema con due partiti che si alternano al governo, invece che un sistema di coalizioni variabili in cui non è chiaramente individuabile ai cittadini chi abbia la responsabilità delle scelte fatte e quindi a chi si debba chiedere conto degli eventuali errori.
Effettivamente questo problema ha afflitto per tanti anni la politica Italiana, quando il governo era una coalizione -chi ha più di 40 anni ricorderà la parola pentapartito- che ad ogni elezione si modificava a volte impercettibilmente -includendo però sempre la Democrazia Cristiana- e raggiungeva certamente il risultato di eliminare la relazione di causa-effetto tra la percezione dei risultati ottenuti dal governo nella legislatura precedente ed il voto degli elettori. In altre parole il voto, non essendo chiaro chi premiare o punire per i fatti concreti che si erano verificati durante la legislatura, veniva attribuito più che altro per motivi ideologici: chi si sentiva di sinistra, di destra o di centro lo rimaneva probabilmente tutta la vita inossidabile a qualunque avvenimento.
Ma come farebbe la vittoria del quesito referendario a ridurre il numero dei partiti in parlamento ? Questo obiettivo viene già perseguito dalla attuale legge eletttorale con la soglia di sbarramento:
-per ottenere dei parlamentari alla Camera una lista che si presenta da sola deve ottenere almeno il 4% dei voti. Una lista che si presenta come parte di una coalizione deve invece ottenere almeno il 2% dei voti per partecipare alla ripartizione dei seggi assegnati alla coalizione, nel caso che questa complessivamente abbia ottenuto almeno il 10% dei voti. Se la coalizione non ha ottenuto il 10% ciscuna lista che vi partecipava per ottenere seggi deve aver superato la soglia del 4%
-per ottenere dei parlamentari al Senato le soglie -da superare questa volta su base regionale- sono del 20% per la coalizione di liste, del 3% per ogni lista che partecipa alla coalizione che abbia superato il suddetto 20%, dell’8% per ogni lista che si sia presentata da sola e non in coalizione con altre liste oppure per ogni lista che abbia partecipato ad una coalizione che non abbia raggiunto il 20%
Tali soglie non verrebbero modificate se il referendum vincesse, come fa notare Giovanni Sartori nell’articolo citato, resterebbero le stesse. La vittoria del si al referendum allora come influenzerebbe il numero dei partiti in parlamento ? La risposta, sebbene indiretta, è ancora nell’articolo di Panebianco: “Mi azzardo addirittura a fare una previsione: se si votasse con il sistema elettorale proposto dal referendum ci sarebbe un duello all’ultimo voto fra Popolo della Libertà e Partito democratico, e il partito che fra i due uscisse perdente supererebbe comunque la soglia del quaranta per cento dei voti (per effetto, appunto, del «voto utile»).” Dunque la riduzione del numero dei partiti in Parlamento si avrebbe indirettamente, perchè i due partiti principali porterebbero via più voti di adesso ai rimanenti, che farebbero quindi più fatica a superare le soglie di sbarramento già esistenti.
Panebianco opportunamente spiega che il problema di ridurre la frammentazione della rappresentanza parlamentare sembra già risolto in quanto nelle ultime elezioni politiche dell’Aprile 2008 solo cinque partiti (PDL, PD, IDV, UDC, LEGA) hanno superato lo sbarramento, rendendo apparentemente inutile il referendum. Ciò è però solo dovuto alla libera decisione dei due principali partiti di presentarsi con coalizioni limitate a poche liste (PDL+Lega+Movimento per l’autonomia; PD+IDV) senza accogliere al proprio interno le liste più piccole che hanno dovuto presentarsi da sole e non hanno superato lo sbarramento.
Panebianco però fa notare che questa scelta non ha premiato il PD il cui segretario Veltroni è stato già sostituito e che nelle prossime elezioni la strategia probabilmente cambierebbe, includendo nella coalizione molte più liste e quindi riportando il Parlamento un numero maggiore di partiti. Probabile è anche che il PDL seguirebbe il PD se quest’ultimo adottasse questa nuova strategia, riportando in Parlamento più o meno la stessa frammentazione di un tempo.
La critica alle conseguenze della vittoria del si al referendum, che preoccupa Giovanni Sartori, è che nella situazione Italiana in cui vi sono si due schieramenti principali, ma all’interno dei quali nessun partito ottiene almeno il 40% dei voti, si rischierebbe di dare il 55% dei parlamentari -questo è il premio di maggioranza- ad un partito -oggi il PDL- che rappresenta solo il 35% ovvero 1/3 degli Italiani, mentre tutto il restante 65% degli elettori verrebbe rappresentato dal solo 45% dei parlamentari. A questo proposito Sergio Romano scrive che “altri ricordano che la legge Calderoli è pessima e che il «sì» in queste circostanze avrebbe almeno il vantaggio di costringere il Parlamento ad approvare una nuova legge elettorale. Vorremmo che il passaggio a una nuova legge avvenisse in un altro modo. Ma se la classe politica non riesce ad affrontare il problema spontaneamente, forse non resta che metterla con le spalle al muro.” Leggendo con attenzione si capisce che questa non è necessariamente l’opinione di Sergio Romano, bensì di “altri”; personalmente gli attribuisco troppa esperienza per credere davvero che si trovi una maggioranza trasversale senza il PDL -a cui andrebbe anche troppo bene la legge risultante dalla vittoria del si- per modificare la legge elettorale in Parlamento dopo il referendum .
E’ chiara la motivazione della posizione della Lega, contrarissima al referendum che le toglierebbe i vantaggi in termini di premio di maggioranza del partecipare alla lista di coalizione col PDL, così come è chiara la motivazione della stessa posizione manifestata dai piccoli partiti, che vedrebbero ridursi il loro bacino complessivo in virtù del “voto utile” che porterebbe gli elettori a scegliere in larga misura tra PDL e PD. Abbastanza chiara è anche la posizione del PDL a cui la vittoria del si andrebbe benissimo in prospettiva ma che nell’immediato deve fare buon viso agli interessi della Lega sua alleata e dunque è fautore del no. Meno chiara è la posizione del PD, fautore del si, che in seguito alla vittoria del si al referendum vedrebbe i suoi voti alle prossime elezioni politiche probabilmente aumentare ma altrettanto e forse più probabilmente continuerebbe a perderebbe rispetto al PDL e quindi si ritroverebbe ancora all’opposizione ma con una ripartizione del potere tra Lega e PDL al governo ancora più sbilanciata di oggi a favore del PDL.
Può essere che il PD pensi che la Lega abbia comunque una forza propulsiva che porterebbe i suoi elettori a votarla anche a costo di mettere a repentaglio la vittoria del PDL rispetto al PD.
Le ragioni del si al referendum, cioè il porre un definitivo rimedio al rischio di tornare alla frammentazione della rappresentanza parlamentare, mi sembrano buone; le ragioni del no, cioè che si rischia di consegnare il paese a Berlusconi, che da parte sua ha già manifestato più volte il desiderio di superare il 50% per poi modificare la costituzione in senso presidenzialista, mi sembrano pure buone, almeno per chi non è d’accordo con Berlusconi. Intravedo forse nel si anche un rischio di “scorciatoia” nel voler passare dal bipolarismo al bipartitismo forse troppo rapidamente, quando gli elettori si sono appena abituati alla riduzione a soli cinque partiti in Parlamento.
Mi sembra allora ancora più saggia la posizione di Sergio Romano, espressa già nel titolo del suo articolo: “I referendum che vorremmo, gare aperte fra i si e i no”. L’importante è andare a votare ed esprimere la proria opinione, non cedere all’astensionismo.
Un’ultima nota: mi sembra indispensabile la funzione svolta dalla stampa e da internet -che mi ha permesso di raccogliere e consultare in un’ora articoli apparsi nell’arco di settimane- in contrapposizione alla televisione che ha ripetuto solo messaggi confusi. Mi sembra poi encomiabile la posizione del Corriere che ha dato spazio a tre posizioni diverse, tutte molto rappresentative ed articolate, che da sole permettono di effettuare una analisi abbastanza approfondita degli argomenti alla base del parere che si è chiamati ad esprimere.
Nella trasmissione Matrix del Ve 5 Giugno 2009 Berlusconi ha risposto alle domande del conduttore Alessandro Vinci e dei giornalisti Piero Sansonetti (L’altro) e Gianluigi Paragone (Libero) sulle foto pubblicate dal Pais e scattate senza autorizzazione dall’esterno della sua villa in sardegna dove ospitava il presidente del Consiglio Europeo ed in passato primo ministro della Rep.Ceca Mirek Topolanek. Altri temi delle domande sono stati la sua frequentazione della giovane Noemi Letizia e l’utilizzo di aerei di Stato per trasportare artisti che avrebbero intrattenuto esponenti di governi stranieri suoi ospiti.
L’argomento che qui considero è solo l’utilizzo dei voli di Stato e l’analisi attiene esclusivamente alla opportunità di tale utilizzo in quanto penso che non vi sia alcuna violazione della legge. Questa è stata infatti modificata prima dal governo Prodi e recentemente da quello Berlusconi rendendo l’utilizzo assai discrezionale. Vero è anche che la direttiva Berlusconi che modifica la legge è stata impugnata dal Codacons www.carlorienzi.it ma comunque interessa qui l’aspetto etico, non quello giuridico.
Nello spezzone di video riportato Berlusconi espone in modo chiaro le sue ragioni affermando che gli artisti che scrittura per intrattenere i politici stranieri in visita prendono normalmente voli normali, ma che in caso di difficoltà può anche fargli prendere i voli di Stato poichè ha organizzato e pagato personalmente tutta l’ospitalità (oltre 100.000 euro) e quindi diventa offensivo che gli si chieda conto di questo utilizzo. Dunque la giustificazione risiede nel fatto che avendo Berlusconi speso moltissimo personalmente per lo Stato diviene non più soggetto alla regola che varrebbe invece se non avesse speso tanto. Solo una parentesi in relazione al fatto che Berlusconi precisa che l’utilizzo dei voli di Stato da parte degli artisti non ha comportato un maggior costo per i contribuenti in quanto i voli sarebbero comunque partiti ugualmente. E’ vero che non c’è stato maggior costo ma questo non modifica il criterio di opportunità in quanto anche senza alcun costo aggiuntivo per i contribuenti non sarebbe opportuno che il Presidente della Repubblica organizzasse una festa per i parenti con quello che non è stato utilizzato per una occasione ufficiale.
A questo punto il Presidente del Consiglio prosegue dando alcune spiegazioni della sua visione dello Stato e dei suoi rappresentanti. Dichiara quindi che è opportuno che il Presidente del Consiglio sia molto ricco in quanto può così sollevare il bilancio pubblico dai costi per l’ospitalità agli esponenti dei governi stranieri, ed inoltre perchè il paese beneficerà di una considerazione personale che gli altri Capi di Stato non riserverebbero ad un politico qualunque.
Ora l’idea che queste due motivazioni, un risparmio pubblico ed una stampella al prestigio internazionale, rendano opportuno si riduca ad una oligarchia l’accesso al vertice della rappresentanza democratica dello Stato è tanto demagogica quanto illuminante sul pensiero del Presidente del Consiglio.
L’opinione che in determinati momenti, quando le parti politiche non sanno dare risposte ai bisogni dei cittadini, sia opportuno mettere temporaneamente da parte i principi democratici ed affidarsi ad una persona speciale, al di sopra delle parti e delle regole, è espressa dal mito del buon tiranno, ed è stata recentemente esaminata da Luciano Canfora nel suo libro La natura del potere. Nella sua recensione al libro http://archiviostorico.corriere.it/2009/marzo/08/fascino_del_buon_tiranno_co_9_090308040.shtml Sergio Romano commenta l’aspetto modernizzatore e semplificatore di Berlusconi che ha messo a nudo senza tante ipocrisie il fatto che il potere sia sempre in qualche misura esercitato da elites e mai in modo pienamente democratico. Conclude però Sergio Romano, prendendo spunto dall’elezione del presidente Americano Barak Obama, affermando che le democrazie qualche volta riescono a correggere i propri errori, le tirannie quasi mai.